Come onde

drops-214091_1280L’etichetta, fatta di quella carta plastificata un po’ dura, scivola nell’acqua. Puoi osservarla mentre si disfa con il tempo, mentre l’acqua agisce in silenzio, senza scossoni. Si staccano brandelli, si inzuppa, alla fine sembra quasi sciogliesi. Il fazzoletto di carta lasciato nella tasca dei jeans assume una conformazione simile. Stesso risultato: tanti pallini appiccicosi e biancastri che si attaccano sui calzini, sulle mutande, sulla maglietta tanto carina e come minimo nera. La centrifuga ha creato la dispersione dei rimasugli dovuti all’azione dell’acqua e del sapone.

L’etichetta riporta chi sei, qualcuno l’ha decisa per te, negli anni della crescita. Magari non proprio chi sei, a volte solo qualche piccolo dettaglio. Quella minuzia all’apparenza insignificante, che avrà il suo peso, prima o poi. Altre volte – più spesso – sono aggettivi così ampi da richiudere mondi. Timida, insicura, “peperina”, testarda, paurosa, aggressiva, testa tra le nuvole, sbadata. Sono etichette appiccicate con una colla a caldo molto speciale, dicono. Sembra che gli ingredienti principali siano un pizzico di convinzione, un minimo di verità, e una goccia di affetto. Se mescolate ripetutamente la colla magica avrà il suo effetto. Queste etichette sono lì, invisibili e coriacee, ad accompagnarci per tutta la vita. Chi nasce timido, lo sarà anche quando si metterà a urlare mentre tiene un comizio in piazza. Il piccolo uomo cresce e l’etichetta, fatta su misura per quando era bambino, si restringe. Si fa piccola e stretta, ma niente, lui non la leva, nessuno pensa che possa essere utile levarla. Perché mai? Alcune aumentano a dismisura tanto da inghiottire il malcapitato, altre si aggiungono, alcune – fortunatamente – si dissolvono con un poco d’acqua, o con qualche piccolo scossone. Qualcuno se le strappa di dosso staccandosi anche la pelle. E brucia. Altri con pazienza prendono uno strumento appuntito e stanno lì a cercare di toglierla senza l’effetto ceretta. C’è chi entra in confusione e non capisce se è A o B, perché non si sente né A né B, é bianco né nero, ma non sembrano esistere vie di mezzo, dicono. Le etichette nuove sono spesso più consistenti, ma meno tenaci. Più vere, ma meno appiccicate. Il bello è che non sarebbe necessario, tutto questo.

Basterebbe non aver bisogno di etichette e nomenclature, basterebbe considerarsi come l’acqua, come un foglio bianco su cui scrivere e tirare una riga senza scandalo, basterebbe uscire dal sistema binario delle classificazioni. L’acqua è acqua, ma può formare tante onde differenti, come suggerisce qualche teoria buddista. Non ha forma, ma la sa acquistare. Ma non basta. Le parole che ci definiscono possono contenere infiniti mondi. Tra il fuori e il dentro, quanto spazio c’è? Quanta realtà tra un introverso e un estroverso, quanti timidi ci sono, con sfumature bizzarre? Alle medie non riuscivo a chiedere un caffè al bar, ora al massimo non amo parlare in pubblico e al liceo ballavo sui tavoli il sabato sera. Amo i miei silenzi quanto la mia logorrea. Non ho paura dell’ago. Non ce l’ho. O non l’ho più. La mia dolcezza diventa aggressività, il mio disordine si trasforma in precisione, come onde che vanno e vengono. La mia voglia di condividere con gli amici si sposa con l’amore per la solitudine, con la bellezza dello stare con me stessa e di volere accanto solo chi per me ha un senso. La mia fame si scioglie in certezze, la mia indecisione prende per mano il coraggio. Le mie dita scrivono e commettono errori, la mia mente razionale si lascia cullare dell’emozione, la lucidità viene investita di passione. In questi movimenti continui io tendo a compiere ciò che sono, io divento me stessa. E questo processo termina solo con la parola fine.

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