Una stronza

snake-516507_1280Stava sdraiata su quel lettino comodo, sostenuta da un abbraccio solido e fermo. Antonia si toccò le mani nell’attesa, fissando davanti a sé una stampa di Mirò, sciupata e senza colore. La finestra stava alle sue spalle e la luce che entrava nella bella stagione ne aveva sbiadito i colori. Dalla zona oltre un paravento provvisorio ingiallito, ma pulito e intatto, provennero alcuni rumori freddi, come di stoviglie che si scontrano durante un rapido pasto. Antonia vide infine comparire un volto paffuto e sorridente, intimo. In un angolo la cera calda aspettava senza fretta. L’estetista si avvicinò a lei, osservò in silenzio il lavoro da fare e si lasciò sfuggire un “dunque” tra due sospiri. Antonia non riusciva mai a stare zitta durante quegli appuntamenti, eccetto in quel momento: lasciava spazio al gesto indagatore, a un’analisi impietosa della pelle mangiucchiata intorno alle dita o ad altre situazioni da ripulire. E come se volesse eliminare anche i fastidi interni, strappandoli con la forza di una ceretta ben fatta, Antonia iniziò ancora una volta a raccontare. Lo fece esattamente come sempre: appena la sua estetista toccava un tronchesino o una pinzetta. Proprio nel punto esatto in cui dall’analisi si passava alla pratica, all’azione, allo strumento. «… una stupida, anzi no, una stronza. Ecco cosa sono stata. E sai cosa? Lui non c’entrava proprio nulla…». Esordì così, con gli occhi tristi e inebetiti. Sara l’ascoltò con la sua solita pazienza. Anche quella volta Antonia si dimostrò confusa, come sempre, quando c’era di mezzo un uomo. La sua indole così antitetica – e chi non si ritrova in una serie di opposti, verrebbe da dire – la sballottava tra una condizione di disagio, timidezza, timore e una mascolina, forte, prevaricatrice. La prima Antonia, quella fragile e balbuziente, non era particolarmente amata. Qualsiasi azione a cui Antonia pensasse con lucidità e razionalità la portava a combatterla, a vergognarsene. Sentiva addosso le umiliazioni subite: un docente universitario che all’esame la offende dicendole che non avrebbe mai trovato lavoro, così timida, a un colloquio. Un uomo che la sfotte dal primo appuntamento, che ne deride gli attimi di silenzio e il suo cullarsi tra il non detto. Quel silenzio da lei amato perché più ricco di tante parole inutili sul tempo e sulle futilità, l’umiliazione di riunioni dalle quali non escono parole, ma se solo avessero potuto leggerle dentro, la sensazione di dover sempre dimostrare di essere qualcuno, qualcosa o semplicemente una gran figa (in senso caratteriale o professionale). Di tutte queste disfatte Antonia  fece un bel malloppo, le accudì a lungo, le mise al caldo, le nutrì fino a farle diventare il loro opposto. Una donna femminile d’aspetto, ma piena zeppa di testosterone per un surrene iperattivo, una miscela esplosiva di energia, di rivalsa, di voglia di essere sé stessa, al maschile. Ogni fibra del suo essere si orientò verso l’autodeterminazione, verso la dimostrazione di poter essere potente tanto quanto un uomo. Uno di quelli che l’avevano umiliata. Di poter fare tutto e di poterlo fare da sola. «…gli ho scaraventato tutto addosso, capisci?», disse Antonia, mentre Sara annuì sopra una passata di smalto rosso. «Più lui era dolce, premuroso e gentile, più io ero dura, diciamolo pure: stronza. Che ne pensi? Ma che diavolo mi sarà preso?». Sara non amava dare opinioni, ma quella volta ci provò, nonostante fosse concentrata su un baffetto dispettoso e duro di comprendonio: «penso che quel poveretto si sia trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato, dico, alla fine te la sei presa con lui per colpa di quello stronzo che ti ha umiliato secoli fa. Non stare così rigida, che diamine, mica sono tutti così…oh eccolo quel baffetto che non ne voleva sapere, ma che diamine». Sorrise ad Antonia, soddisfatta del suo lavoro. La sua cliente rimase un attimo attonita e in silenzio. Aveva accumulato e riversato le sue vendette su una persona che non aveva nulla a che vedere con il suo passato, e non era nemmeno stata abbastanza empatica da capirlo. Anzi. La dolcezza di quell’uomo l’aveva proprio aiutata a essere ancora più ostile, chissà, forse anche negli sguardi. Fece spallucce, si alzò a sedere guardandosi allo specchio, ripulita e in ordine. Femminile, almeno in quel momento. Avrebbe dovuto trovare un modo per rimediare. «Devo proprio fare ammenda – sussurrò -. Quanto ti devo?».

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