Si vive

sky-195159_1280Non c’è mappa né indicazione: uscendo dal Limbo non si trova il paradiso. Né svoltando, né andando dritti, figuriamoci perdendosi. Perdendosi… potrebbe essere l’unica soluzione. Elsa Morante lo scrisse nell’Isola di Arturo e io ci sto riflettendo. Sto masticando questo Limbo come se fosse una radice a tratti amara, a volte faticosa, in alcuni punti dolciastra.

Sì, perché quella domenica, quando arrivò Elisa a trovarmi, mai mi sarei aspettata quella folgorazione. Stavamo sulla linea del passaggio a livello, ricordo, dopo un ottimo giapponese e molte chiacchiere a ruota libera, senza preconcetti, senza scopo o fine. La voglia era una sola: comunicare e trasmettere, far sentire all’altro qualcosa di sé e prendere qualcosa dell’altro. Proprio come lei e suo marito si sono fatti carico dei miei bastoncini da trekking, imbarcandoli con i loro, dopo una notte stesa per terra all’aeroporto di Madrid e 28 giorni di cammino. Ci siamo conosciute così: la magia che solo certi incontri scatenano mi fa dire che siamo amiche. E lo siamo conoscendoci in una dimensione che è differente rispetto alla quantità di tempo trascorsa insieme.

Elisa – dicevo – in un momento di rilassamento e cazzabubbole, se ne esce con questa frase: “Ti lamenti del limbo, ma non puoi sempre aspettare che siano gli altri a tirarti fuori da lì”. Stop. Fermo immagine, pausa, rallentatore. La mia mente fa quel click riflessivo e sonoro. Io mi arresto, rifletto, apro le labbra e non so nemmeno più cosa ne esce. Probabilmente un “cazzo, hai ragione!”. Ma io sono quella che quando qualcosa non va, agisce, fa, cambia, si trasforma, non sta ferma… Ma in noi convivono gli opposti, no? In me cozzano e litigano, gli opposti. Ele, tu sei anche quella che si blocca, che non riesce a iniziare, che si impantana fino al collo prima di uscire. Sì, sei quella che aspetta di farsi tirare fuori dal Limbo. Sei quella che scrive, ma forse non sa scrivere, sei quella che non tenta per paura o che si sforza nel senso sbagliato, nel modo sbagliato e poi fallisce, forse, ma non ne è sicura del tutto. Sei quella che quando capisce il meccanismo, poi non si ferma. E prenota un volo per girare il Brasile, da sola, e si sente in colpa se le dicono che è coraggiosa, perché in realtà ha una fifa terribile per tante di quelle cose. Click. Abbiamo superato il passaggio a livello e quella frase vorrei dipingerla sul muro. Ma invece di dipingerla, come dicevo, la mastico.

E il Limbo diventa ciò in cui mi rifugio quando penso di non aver l’autorizzazione per procedere. Sì Ele sai scrivere, esci da lì. Sì Ele sei bella, fatti vedere, sì forse sai ballare, fare, amare. A ogni azione, sentimento o prova voglio una patente, ho bisogno di una patente e solo quando ho ottenuto un fumoso permesso da non-so-bene-chi, ecco, allora io sbircio nel mondo là fuori, osservo, ed esco. A volte con calma, a volte straripante e luminosa. Lentamente o in corsa. Ma non basta.

Il Limbo mi serve. Mi protegge, no? Niente storture, brutture, compromessi. Libertà di essere tutto, senza essere niente. Ogni scelta possibile, ma senza scegliere. Devo fidarmi solo di me stessa, accrescermi, accudirmi e coccolarmi. Nessuno e niente può nuocermi. Posso viaggiare fisicamente e con la mente ovunque io desideri. Tanto, il paradiso non c’è comunque. Se esco, mi dico, cosa trovo? La vita pulsante e squarciante, gli organi vitali che riprendono a funzionare dopo un periodo in rianimazione, il dolore, la sofferenza, i momenti di basso estremo dopo aver raggiunto la cima della montagna, i litigi dopo l’adrenalina del primo flirt, il chilo in più quando provi a procedere senza il controllo di una dieta, il buio della caduta dopo la luce della rinascita. Ma anche la gioia, la condivisione, l’arricchimento, l’aggiunta. Il mischiarsi di anime, menti e corpi, la soddisfazione di sapersi nutrire senza sbalzi, l’amore disincantato, le ammaccature sui piedi di chi sta camminando davvero. Allora, mi dico, esci dal Limbo perché fino a che non provi, non saprai mai se sai camminare, se sei scalza, se sei forte e capace. La te stessa che hai costruito lì dentro, quella capacità di amarsi e stare soli, niente e nessuno te le toglierà. Esci dal Limbo anche senza patente, permesso, approvazione. Esci. Se un medico dovesse lavorare solo dopo aver letto tutto lo scibile della sua disciplina, imparato, capito, compreso, analizzato, in modo da rendere la sua scienza e la sua arte perfetta, non avremmo medici, ma nemmeno avvocati, psicologi, giornalisti, imbianchini, attori, infermieri, agricoltori, non avremmo relazioni e non saremmo umani. Uscendo dal Limbo, non si trova il paradiso. Semplicemente si vive.

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