Fermo immagine

summer-69761_1280Si tocca la caviglia, poi si guarda il dorso della mano. Ha ancora gli occhi pesanti e le palpebre che si chiedono che ore siano. La voce non esce, solo qualche colpo di tosse. Ci convive da tre mesi con quella tosse, “forse dovrei andare dal medico”, pensa Giulia nel suo torpore, mentre guarda lo schermo del suo cellulare che le segnala con vibrante gioia una chiamata di sua madre. Non risponde: non riuscirebbe a gestire quella conversazione. I pensieri del primo mattino sono caotici e confusi, sa di aver dormito solo quattro ore, sebbene siano già le 9.30. Si accorge di essere sveglia quando d’improvviso i pensieri la inondano, come se avesse aperto una porta troppo stretta e fuori ci fosse una schiera di persone indemoniate desiderose di entrare per prime. L’elenco la incalza, preme sulla sua testa: “spesa, lavoro, quella mail, un appuntamento, un’amica da aiutare, il commercialista, ah sì il corso di yoga, in posta ci andrò dopo gli esami del sangue…”. La stanchezza mentale arriva prima di quella fisica, come sempre. Poi si ricorda di aver avuto un incubo: si guarda di nuovo le caviglie e le mani, quasi sconvolta. Era solo un sogno, lo racconterà a Simona, quando andrà a trovarla, in quell’ora di astensione dalle noie quotidiane.

Simona è andata a dormire alle 7 di sera, si è svegliata presto, ma sa di poter sonnecchiare quando vuole. Luisa e Roberta sono ottime compagne di stanza, sebbene ci siano stati battibecchi. Chi non ne ha, quando è costretto a dividere una camera? Oggi non è una bella giornata, ne è consapevole. È una questione di tono dell’umore, di acciacchi piccoli o di grandi fastidi. Oggi è l’intestino, domani sarà quella gamba che non funziona più. La sedia a rotelle la rende dipendente da tutti: lei, con quel carattere così duro, vorrebbe solo potersi arrangiare. “Ma oggi viene Giulia?”. Simona si concentra un po’, la sua mente lucida e brillante a volte confonde il tempo, tutto uguale in quelle stanze. Sì, oggi verrà Giulia, con la sua capacità di trasformare in vita quella noiosa stasi. Non ha nemmeno voglia di leggere, la rende pigra. Si assopisce di nuovo, in attesa di chi le porterà il pranzo a mezzogiorno. Eccola, l’infermiera, carica del suo pasto monocromatico, la tratta con sufficienza e arroganza. I suoi modi sono bruschi, ma precisi e senza sbavature. Sono trent’anni che fa quel lavoro, sempre lo stesso. Ha visto così tanti anziani andarsene che crede ormai di sapere cosa l’aspetta, quando sarà il suo turno o quello dei suoi cari. Si ferma per un istante, una frazione di tempo davvero minuscola, nella quale le passa per la mente che quell’anziana è una donna, con un passato e una storia e – seppure lì dentro – un futuro. In quel momento quello stesso istante si dilata e lei smette di affaccendarsi con velocità intorno al suo letto. Si ferma e le sorride. Poi le prende la mano nella sua e l’accarezza con calma, prima di posare il piatto sul vassoio fatto apposta per farla mangiare a letto. Non dice una parola, ma quelle due paia di occhi si parlano e si riappacificano con dolcezza.

Giulia è in ritardo, come sempre, cammina veloce verso il centro della città: è riuscita a ricordarsi quasi per caso di quell’appuntamento per lavoro. La sua mente sta esplodendo di informazioni, i suoi muscoli sono tesi e contratti. Sa solo che quando arriveranno le 17.00 la incontrerà, rideranno in quella sorta di pausa mentale e Simona saprà dire quella frase saggia che la aiuterà ad affrontare una nuova settimana. Si guarda in una vetrina e il suo riflesso le fa paura. Non si piace in quei vestiti informi, un viso un po’ gonfio, qualche curva di troppo e i capelli lasciati senza cure, ribelli e sempre più radi. Si sistema come può davanti alla sua immagine, incurante dei passanti. Un giovane uomo non si trattiene: si ferma scettico a pochi passi da lei e senza dire nulla la osserva per quei pochi secondi necessari per passarsi le mani nei capelli, aggiustare il cappotto e con le dita togliere quei fastidiosi rimasugli di matita nera sotto gli occhi, che accentuano le occhiaie violacee. Poi si apre in sorriso: «mi scusi se mi permetto, ma lei è bella. Lo sa?». Giulia si volta lentamente per ringraziare quello sconosciuto, così delicato, senza quasi credere che un gesto così puro e gratuito possa esistere al di fuori di un film o di un romanzo. Non si monta la testa né si scompone. Semplicemente si gusta quel momento e con fare voluttuoso scivola serena dentro il portone, da un altro sconosciuto che la aspetta.

«È incredibile che io sia sopravvissuta fino a quest’ora», ironizza Giulia, «è tutto il giorno che desidero solo venire da te». E ridono. Iniziano a parlare con calma e senza fretta della loro giornata. Parlano di strani sogni e di clisteri, di teatro e mostre, di noie e preoccupazioni. Più ne parlano e più si rendono conto di quanto siano effimeri, poveri di quella gravità di cui li caricano mentre li stanno vivendo. L’intestino di Simona diventa una bonaria presa in giro e quel lavoro avvilente di Giulia, che la fa penare e l’annoia allo stesso tempo, si trasforma in soddisfazione personale, perché – riflettendoci bene – si mantiene e testardamente persegue il suo sogno. Quando Simona parla del passato e della giovane vedova di un matrimonio infelice, Giulia si imbarazza dentro di sé. Non perché lei abbia avuto meno sofferenze, ma perché i suoi 30 anni sono briciole nelle mani della sua amica novantenne. Eppure ridono. A un certo punto l’infermiera, quella del pranzo,passa veloce davanti a quella porta aperta e vede quelle due donne, così simili e distanti, nella loro beatitudine. Riesce in pochi secondi a comprenderle e senza pensarci troppo le sta già amando: le ama perché Simona e Giulia le hanno regalato un tempo di sospensione dagli affanni quotidiani. Una sorta di fermo immagine molto simile alla felicità.

 

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