Solo Parigi può essere per sempre

volkswagen-569315_1280Prese un appartamento in affitto alla periferia di Parigi, si spostò con il corpo e una manciata di chiacchiere. Una valigia piena di vestiti e un’altra – invisibile – fatta di carta e di promesse. Da riempire. Cominciò due anni fa conoscendo le piccole bellezze di una città sterminata. Quella strada, quel negozietto, quella chiesa, quel museo. Marta puntò il dito per mostrare alla sua amica ciò che gradualmente si era inserito nella sua nuova mappa mentale, nelle sue connessioni. D’improvviso le salì alle narici l’odore del suo dopobarba e si girò d’istinto. No, non era lui. Sara le camminò accanto in silenzio, cercando di vedere con gli stessi occhi orgogliosi quel francese infantile che era cresciuto giorno dopo giorno sciogliendosi tra denti e lingua. Camminarono per Belleville, per amore di Pennac, in silenzio. Il vento sollevò i capelli e trasportò il pulviscolo formato da foglie, rifiuti sottili, inquinamento, tra le loro infelicità. Si fermarono di fronte a una panetteria, con la scusa dell’atmosfera di vacanza e disincanto, per insudiciarsi con una brioche stracolma di burro. La lingua e il palato rimasero attoniti, ma presto presero a riportare alla luce pensieri nascosti. Il dopobarba per cui Marta iniziò a vivere da straniera in quella città sarebbe rincasato tra due ore. Il tempo per godersi l’amica un’ultima volta. La vita francese la conquistò da subito, la sua solitudine si insinuò invece in lei senza che se ne accorgesse. Una pianta rampicante, un muschio silenzioso: dapprima nella vita sociale, nella difficoltà linguistica, nella mancata comprensione da parte dell’amore per cui si trasferì. Poi in un lavoro frustrante, mal pagato, ma obbligato. Vennero infine anche le lenzuola. Si intiepidirono, poi rimasero umidicce di umori e infine presero l’odore di chiuso. Con il tempo le visite al paesello divennero colme di speranze: quando scappò lo fece chiudendosi schifata le porte alle spalle e ora si stupiva ogni volta che le prenotazioni degli aerei innescavano quell’attesa euforica o quando si sorprendeva a mettere in valigia qualcosa di carino. Al paesello tornò, per la prima volta dopo il trasloco, quando mancavano poco meno di due settimane al suo primo Natale francese. Fu la sola volta in cui partì svogliata e apatica. Marta pensò a tutti gli anni trascorsi in quell’arida distesa di case, stradine, campagne e negozietti polverosi. Pensò alle elementari e al sacchetto marroncino in carta con il pane caldo, alla ghiaia che ti entrava nelle ginocchia quando correvi, cadevi, correvi ancora e giocavi sudata. Pensò alle mani screpolate dal sole e ai pomeriggi di giugno di corsa al mare dopo la scuola, alle voci delle madri lungo le strade sterrate e al mercato di quartiere a cadenza casuale, alle amiche maritate a diciannove anni e al libro che le fece scegliere l’università del capoluogo. E non lo trovò. In nessun luogo trovò l’uomo di cui s’innamorò quell’anno, poco prima di Natale, quando tornò dai suoi genitori altezzosa e fiera, quasi saccente. Eppure era sempre stato in quel paesello e a quella dimora nella quale lei tornò a rivivere lenzuola, sorrisi, vento che ti disegna un profilo migliore. “Lo lasci? Torni?”. Marta avrebbe voluto urlare e piangere: sì, certo, torno, torno al paese a capo chino, la cenere sulle labbra, gli occhi gonfi. Torno per un uomo, così come per un uomo me ne andai. Ma non disse nulla. Parigi… sospirò… Solo Parigi può essere per sempre, no?

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