Parole egocentriche

color-445324_1280…e poi sono stanca anche io, le faccende, il lavoro, tutti quei km ieri mattina, ho camminato, sì. Da un anno… no, scusa, come dici? Santiago! Sì, l’ho fatto, l’ho fatto. E poi il bambino che piange sul treno – per ben due ore – e quella stronza, sai, ti ricordi? Mi ha fatto una scenata, quella. Dicevi? Ah non sei riuscita a farti la tinta; ma brava per quel colloquio. Sì, lei sta bene, si ricorda tutto, mi chiede sempre di te. E sai che fine ha fatto quel tale? Non so se lo ricordi… a teatro tutto bene, bello spettacolo, ho da sbrigare del lavoro arretrato; ma dimmi di te… no perché mia sorella a Firenze si trova bene…

Vomita parole egocentriche, le comprime e costringe prima di gettarle fuori come piccoli petardi fastidiosi. Logorroica, appiccicosa, folle. Si sveglia con la mente piena e ingombra, si stropiccia occhi umidi di umori disparati: consapevolezza, tristezza, rabbia, energia di sfinimento. Sa una cosa sola. La sua è un’impresa, un vera e propria impresa. Non si accetta e non si accontenta – come chi invece è dotato di narcisismo e autostima in abbondanza – e pensa a quanto sia difficile che qualcosa – o qualcuno, soprattutto qualcuno – la scuota. Sì, è difficile che vi sia un interesse che la porti a pensare che possa valerne la pena.Ed è ancora più difficile che ci sia uno scuotimento reciproco, che le strade si incrocino, che le frecce si dirigano l’una verso l’altra in un moto che non sia parallelo, si spera. Nell’impossibilità di immaginare che tutte queste coincidenze si verifichino, Emma pensa che forse resterà così. Libera. La bella e affascinante libertà la seduce con le sue lusinghe, fino a quando non sorge un dubbio, che dura un battito d’ali: gli anni della sua giovinezza, libera, non saranno uno spreco?

Emma esce dal torpore e dalla porta di casa, inizia quel suo camminare per il semplice gusto di camminare, si svuota la mente da ogni pagliuzza, lapillo, nembo, la riempie di tutto ciò che riesce ad abbracciare con gli occhi: il duomo, le montagne lontane lontane, l’acqua invernale del Ticino e le sue paludi, gli alberi deragliati e quelli solidi che svettano in cielo. Non c’è libertà se non quella di essere. Essere tutti quegli elementi in un turbine indistinto. Non esistono confini e contorni perché lei è il fiume che è l’albero che è la montagna. Può solo cantare e muovere velocemente i piedi, per fermare la mente. E canta potente, allargando le braccia, perché nessuno corre la domenica mattina dopo una notte di pioggia, quando le strade sono piene di fango scivoloso. Lei lo schiva, rallenta, pone attenzione, ma procede. Procede per ripulirsi e andare oltre.

Quanto c’è ancora che può scuoterla, davvero…

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