Senza tetto

black-171116_1280«Non devono vederti, altrimenti non saranno più spontanei». Non aggiunse altro, bevve un sorso della sua bibita senza zucchero e mi fissò dritto negli occhi. «Vuoi farla, questa foto, o no?», mi istigò Simone. Mi girai in direzione del crocchio intravisto pochi minuti prima, mentre a passo sostenuto stavo raggiungendo quel mio amico, un po’ fotografo, un po’ artista. Non avevo nessuna intenzione di fotografare, ma pensai di raccontargli quella scena così calda, austera e melanconica, dopo averlo immaginato intento a posizionarsi e a riflettere, prima di scattare. Mi ero solo chiesta che foto ne sarebbe venuta fuori. «Devi usare lo smartphone, altrimenti ti vedono». Mi sorrise. Il mio imbarazzo era evidente, le labbra socchiuse, il colorito rossastro che sempre mi copre le guance. Io potevo solo raccontarla o scriverla – quella scena – emozionarmi e immaginare una foto o un quadro, ma mai mi sarei sentita capace di fermare ogni cosa. «Da quello che mi dici, credo che tu debba scattare in controluce, dal basso. Sovaesposta. Sai come si fa»? Niente, non riuscii a dire alcuna parola. Afferrai quel cellulare con tono di sfida, senza sapere nulla di ciò che avrei dovuto fare, e tornai sui miei passi con delicatezza, sperando che tutto si fosse dissolto. Invece erano lì, ancora, e stavano leggendo. Mi ci imbatto ogni mattina nei senza tetto della Stazione Centrale a Milano, sono sporchi, arruffati in coperte nere, grigi fuori e ovunque, come lo sono i gradini sui quali dormono, come lo è la loro casa. Ogni mattina sento una fitta di malessere, di pudore, di colpa. Quel giorno – uscita dall’ufficio in un orario insolito – il grigio uniforme lasciò spazio a un piccolo punto luminoso. Non avevano alcol, né bottiglie tra le mani, nemmeno un mozzicone raggrinzito di una qualche sigaretta fumata in precedenza da uno sconosciuto: avevano un libro. Non potei fare a meno di fissarli, ritornando con lo sguardo stupito e sorridente, dopo esserci passata sopra distratta. Erano tutti raccolti, saranno stati quattro o cinque: un piccolo cerchio di gente adulta, alcuni in piedi, altri seduti, sempre su quei maledetti gradini grigi, e al centro stava un uomo – dalla barba cresciuta a casaccio e dal pastrano informe – che reggeva un libro. Stava leggendo, lo stava sfogliando con una certa dose di rispetto. Allungai il collo per pochi secondi, per capire… arte? Storia? Intravidi quella copertina rigida, di quel marrone senape che ricorda l’oro, e sulle pagine candide notai molte foto uscire con prepotenza tra le righe fitte e nere. Non c’era tempo, decisi solo di godermi quella scena, di guardarla e leggerla, immaginando Simone in ginocchio che senza farsi vedere la catturava per me. Senza però porsi domande e ricevere spiegazioni, che pure io avrei voluto. Da dove arrivava quel libro? Perché lo stavano sfogliando? Cosa provavano? “Quante storie avevano in serbo quegli uomini e quanta dignità scivolava via come acqua su quei gradini sporchi”, pensai. In quel momento, accovacciata con il mio obiettivo, mi sembrò di rubare loro qualcosa. L’anima, si dice? Tentennai, ebbi la strana sensazione di poter ricevere una qualche delusione e così persi l’attimo. Simone vinse: non ero stata capace di fotografare. Avevo pensato a lui, avevo immaginato quella foto, ma alla fine – seguendo la mia natura – avevo preferito scriverla. Sempre in controluce.

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