Stati mentali

underpass-254317_1280Lo saluto con aria colpevole, imbarazzata. Ero riuscita ad aiutarlo, per quanto fosse possibile per me quella mattina, ma non mi ero fidata del tutto. Forse non avevo nemmeno fatto davvero tutto il possibile. Mi si presenta mentre sto uscendo dalla stazione di Certosa, a Milano. Una stazione che rispecchia la periferia bisunta ed è squallida anche con il sole. Un uomo in sedia a rotelle, le stampelle appoggiate ai braccioli, la gamba tesa e ingessata mi sta davanti. L’aspetto non è dei migliori e non pronuncia parole. Si volta verso di me e mi chiede a gesti di aiutarlo, di spingerlo fino al suo binario. Perché? Non glielo chiedo, non sono così cinica, ma mi indica ascensori guasti e braccia deboli per spingere così tanto, lungo quel corridoio a curve che dalla banchina arriva al sottopasso.

Sono sopresa: non posso dire di no – nemmeno con la scusa del ritardo – ma non riesco a non farmi sopraffare dalla tensione e dalla diffidenza. Non parla, non può muoversi. Ha solo il linguaggio dato dal suo aspetto e dalle sue mani gesticolanti. Una copertina per giudicare un intero libro, un mondo. Era un uomo povero, furbo, sincero? Non lo so e non lo saprò mai. Con i muscoli tesi e pronti a scattare afferro le maniglie della sedia e inizio a spingerlo per quella discesa che mi nasconde alla vista di chiunque. Prima di scomparire e andare sotto, un uomo grasso all’apparenza viscido e mal vestito, mi fissa. Non riesco a leggere cosa dice il suo viso, ma mi sento sola. Decido che ormai è così, cosa potrà mai farmi? Rubarmi il portafoglio pieno di scontrini o uno smartphone vecchio di due anni? Pazienza. Arrivati davanti alle scale per il binario cinque scopro che l’ascensore non funziona. E inizio a innervorsirmi – questa volta per il ritardo accumulato e che sembra intenzionato ad aumentare nel tentativo di capire come portarlo su, a quel binario cinque. Non faccio in tempo a sentire montare la mia sfiducia in quell’uomo che compare un altro tizio. Anche lui non profferisce parola, ma con la testa compie dei cenni come per far capire che ci pensa lui. L’uomo in carrozzina si alza, afferra le stampelle e l’altro piega la sedia. Prima che salgano io mi sono già discostata, mettendo tra me e i due uomini una sorta di spazio di sicurezza. Biascico qualcosa sul fatto di dover scappare al lavoro, saluto con gesti imprecisi, lui mi ringrazia e io non so quanto sentirmi una stronza. Ancora adesso non sono convinta di quasi nulla di quell’episodio. Adoro essere gentile, adoro trasmettere un sorriso, un “buona giornata”, aiutare ed essere aiutata. Sono una strenua sostenitrice del gesto positivo che chiama altri gesti simili, facendo vivere meglio tutti. Chi lo compie perché sorride, respira, non vive nella rabbia o nel nervoso; e chi lo riceve perché può ancora sperare che tutto funzioni. Ma queste azioni sono prima stati mentali. L’azione in sé non funziona. Per sentirmi meno stronza avrei dovuto partecipare con tutta me stessa alla discesa nel sottopasso, senza paure e remore. Senza pregiudizi.

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