Mi prendo cura di me

barefoot-504140_1280Mi prendo cura di me, facendo uscire ciò che sono. Si inizia da gesti simbolici, una presa di posizione, leggeri cambiamenti, nuove frasi dette e non dette. Oppure si può partire da vere e proprie imprese: dimagrimenti drastici, lunghe letture, passeggiate di 28 giorni. I bilanci sono tipici di questa parte dell’anno, scontati e d’obbligo tanto quanto gli oroscopi che ci predicono ben 365 giorni tutti insieme. Qualche parola per placare ansie ingiustificate su un futuro che non esiste se non quando diventa presente, una corona di speranze per chi ha sogni e desideri stipati nei suoi centimetri di altezza. Non faccio eccezione. Cerco la magia, la frase taumaturgica – senza crederci, ma solo appendendomici – e con piglio preciso sgrano il mio 2014.

Ho iniziato una dieta lenta, un anno fa, e senza accorgermi, ma con qualche rinuncia, ho perso 13 kg in modo sano e risolvendo quei problemi di salute che mi attanagliavano. Ho costruito muscoli e parole. Ho iniziato e finito Infinite Jest in 5 mesi: adorato, odiato, letto con avidità e abbandonato per qualche giorno. Ho ringraziato anche Trenitalia per i suoi ritardi, e mi ci sono sentita così dentro, in quelle 1400 pagine scritte in corpo 10, da arrivare in ufficio con un sorriso idiota e una felicità impalpabile. E mi ci sento dentro in ogni romanzo che leggo, in ogni nuovo scrittore conosciuto. Ho mosso i miei primi passi di danza e assaporato i movimenti precisi di ogni singola parte del mio corpo, ho conosciuto, imparato, scolpito. Ho visto risate nuove, come le amicizie che si sono poco a poco create. Sono diventata amica di una donna di 89 anni, ho aperto un blog per rovesciare e sbrodolare l’incontenibile. Ho camminato. Quanto? Ho gioito per pochi chilometri: ricordo ancora la prima volta alla Certosa di Pavia, l’inaspettata visita guidata, i 18 km a piedi. Poi divennero 30 e poi divennero 30 con il peso dello zaino e 30 ripetuti per due giorni. Caviglia gonfia e dolori ovunque. Ho imparato ad assaporare ogni piccolo passo verso un obiettivo più grande. Ogni conquista presente è un mattone su cui appoggiare tutti gli altri a venire. Poi ho fatto 900 km. Non tutti insieme, un po’ alla volta, sebbene dirlo così mi riempia di autostima. Diciamo pure che me la tiro. Ne sono così soddisfatta che quando penso all’Oceano, al momento in cui ho detto: “cazzo, sono partita dai Pirenei, io qui ci sono arrivata con le mie sole gambe”, non so se ridere o piangere di commozione. E se li scompongo in quei 28 giorni, la gioia è ancora più grande. Al ritorno di tatuaggi ne ho fatti due e ho finalmente cambiato residenza, dopo un anno e mezzo a Pavia: una piccola e nuova radice, un’altra scelta. Significati, segni, simboli. Sulla pelle una frase di un film visto al liceo e la conchiglia del Buen Camino. Sono tracce di qualcosa di definitivo, contrario alla mia logica di fuga e di cambiamento. “Il tempo non muore mai, il cerchio non è rotondo”. Ora lo dice anche la mia pelle. Bilanci, chi ha bisogno di bilanci?

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