Figlio mio, ti prego, sbaglia

sheep-338225_1280Ciao Ele. In pochi istanti un fiume di frasi, parole, aggiornamenti messi lì come in una coperta patchwork – se mai esistano ancora – su quello schermo. Non ci sentiamo da anni, quanti? Mi chiede di mia sorella, a Londra. No, no … ha vissuto due anni a Bangkok. Quindi 2012, all’inizio però. Non ero stata ancora in Asia zaino-in-spalla, né un mese a Londra, non sapeva che vivevo a Pavia da un anno e mezzo o che mi sono fatta 900 km a piedi. Il lavoro va bene. Ma tu? Come sta la piccola? Arriva la foto … è la sua fotocopia, la mia vicina di banco del liceo in miniatura. Ti ho letto da qualche parte, mi dice, mi sono commossa. È lei a commuovere me. Per te, ecco ciò che ti è piaciuto, lo ripropongo qui:

Se avessi un figlio gli augurerei una sola cosa: sbaglia.

Figlio mio, figlio di chiunque tu sia, bambino che vedo correre per strada, ti prego, dammi retta: sbaglia. Godi un mondo a sbagliare, cadere, riprovare. Ridi sbagliando e sorseggia una bibita fresca con il sorriso sulle labbra quando da adulto vedrai i tuoi sbagli. Non posso più chiedere ai miei genitori questo augurio, questa follia, questa libertà, ma posso donarla a chi arriverà dopo di me.

Se avessi un figlio gli direi di fare cazzate, provandoci con tutto sé stesso. Di avere il periodo dark, punk, rock, ska, house, metal, telemarketing, streaptease, cazzeggio, sigarette, discoteca, film, sesso, musei, dipendenze, scappo di casa al liceo, lavoro in proprio, studio matto e disperatissimo, artista, pony, commessa, jeans strappati, ragazza madre o padre, conto a zero, volontariato, religioni, ascetismo, materialismo.

Gli direi di avere una vita degenere e provata, sofferta, piena, struggente. Se avessi un figlio gli direi di non seguire il binario e di non fare il bravo ragazzo o ragazza per forza. Non gli direi di non andare in giro sgualcito, che chissà cosa dicono di sua madre. Gli direi di fregarsene più che può e di sentirsi bella/o: che ci vogliano due minuti o sei ore davanti allo specchio, come è nella sua indole. Gli direi che non conta se sei perfetto nei tempi, conta cosa cazzo ci fai con quel tempo. Conta se in quegli anni di università e di lavoro hai ribaltato il mondo, sei scappato di casa, ti sei fidato della gente imparando a conoscerla, hai dato e hai vissuto seguendo la solidarietà e il principio dell’incontro e dell’amicizia cruda, non quella dei salamelecchi. Conta se ti sei fatto fregare dal primo che passa, se hai provato di tutto per mantenerti, se hai viaggiato ovunque con i soldi del lavoro all’ucicinema, conta se hai amato tanto e con forza solenne chiunque abbia incontrato la tua stessa voglia di vivere. Conta che tu abbia abbracciato le tue paure, rabbie, rancori, malesseri e malumori.

Se avessi un figlio soffrirei sapendo di dirgli tutte queste cose, vorrei proteggerlo dal dolore e dall’errore, dal rimpianto che ne consegue. Ma se avessi un figlio saprei anche guardarmi indietro con consapevolezza, stringerei i denti e gli direi: figlio mio, ti prego, sbaglia.

Pubblicata su GallizioLab

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