Tre donne

Miriam le sedeva di fronte. Sfacciata, le braccia piegate l’una sull’altra vicino al petto e gli occhi di sfida. Il piglio tipico delle adolescenti, fissava così sua madre senza preoccuparsi degli amici presenti. Quella festa in onore di sua sorella era stata studiata e preparata nei dettagli più insignificanti: le tovaglie ricamate, le tende che sapevano di detersivo, i fiori freschi all’ingresso, i lampadari decorati di piccoli pendagli, i tappeti sbattuti e le stoviglie lucide. Sara era ritornata da una settimana, dopo un anno in un altro continente. La sua mancanza si era fatta pungente per tutta la famiglia. Era scavata in volto, i muscoli si vedevano ovunque, accentuati e forti. Gli occhi erano circondati da occhiaie violacee. Non era bella, ma gelida e dura. Ostile. Come il suo ultimo anno. La loro madre non era da meno perché, in fin dei conti, aveva ricevuto in 12 mesi solo quattro brevi messaggi in cui la figlia le comunicava poco o niente. Miriam invece era sempre in cerca di scontri, sfide, provocazioni. E quella festa proprio non le andava giù. La sorella scappa, quella sorella che avrebbe dovuto guidarla e farle da esempio, a 20 anni prende e se ne va. E ora cosa ci sarebbe da festeggiare?

«Miriam, ti prego, potresti andare a prendermi il regalo per tua sorella»? Il silenzio e l’immobilità della ragazzina furono dapprima invisibili ai più, noti solo alla madre che ormai vi era abituata, poi ogni parente e amico iniziò a zittirsi, partendo da quelli più prossimi alla scena di sfida, fino ad arrivare a chi sorseggiava un bellini sul patio, con il classico effetto domino. «Un regalo a quella stronza»?  Il gelo diventò insopportabile, ma nel punto critico e di massima tensione, intervenne Giulio, lo zio giovanile e fin troppo sveglio. Grazie al suo buon senso fece in modo che tutti ricominciassero a parlare e a fare quei rumori tipici delle feste formali: piattini che sbattono su superfici dure, bicchieri che si incrociano, qualche forchetta che stride, passi appiccicosi, bibite che emettono gas, donne che ticchettano come orologi e quelle pareti troppo azzurre che si riempiono di risate di chi ha figli e gioca con loro. Miriam era sempre lì, immobile con le sue braccia spesse e piene di una peluria sottile e bionda. La madre Anna, troppo stanca per discutere, si alzò sospirando.  E suo fratello, quello zio di poco prima, brizzolato e rugoso, immaginò il dolore che quelle benedette figlie le avevano inferto. «Vado io sorellina – disse – non ti alzare per questa inezia». E nel parlare Giulio fissò Miriam in modo eloquente.

Sara non partecipò alla scena, ma qualcuno, nella miscela di amici e conoscenti con la voglia di pettegolezzo, le riferì dell’astio di sua sorella. Lei non si scompose, limitandosi a cercarla solo con lo sguardo. Quindi all’improvviso, dopo averci meditato sopra soppesando benefici ed effetti avversi, con ampie falcate attraversò la sala da pranzo, calpestando alcuni piccoli giocattoli in plastica dura i cui pezzi schizzarono in giro senza arrecare danno. Afferrò Miriam per un braccio e la scosse con fermezza, ma senza violenza. «Lo sai. Lo sai che non devi permetterti di … la mamma soffre». Miriam non si scompose, si alzò e salì al piano di sopra di quella villetta ormai rovinata dall’incuria, sciapa e grigiastra, anche se circa dieci anni fa era una della migliori della zona. Si trasferirono in quella casa quando Anna ebbe una promozione in redazione e uno stipendio più adeguato. Lei e Daniele erano così innamorati e giovani, solo dieci anni fa, eppure lui era già polvere in un’urna, mentre lei … lei sembrava una matrona di sessant’anni invece che una donna piena di vigore a metà dei quaranta. Daniele era morto un mese dopo la scomparsa di Sara. Il medico di quel paesino, che non sapeva nemmeno compilare correttamente un’impegnativa e prescriveva farmaci forti, aveva chiuso il decesso constatando un infarto, forse per lo stress di quel periodo. Daniele era un uomo scontroso e facile all’ira, ma con Anna si placava. Amava dire che lei sapeva toccare quelle corde lì, quelle della calma. Aveva un lavoro che definiva poco utile e anche poco redditizio, ma nessuno in casa sembrava farci caso. I suoi quadri opachi e grotteschi erano appesi ovunque, anche in qualche negozio di paese, come favore, dicevano. Quando nacque Sara, Daniele non ne fu per niente felice. Questo dato di fatto, nella sua limpidezza, caratterizzò la vita di Anna e l’infanzia di Sara. Come non crederlo? Un padre che non desidera una figlia che c’è e che non si può cancellare, può portare solo a pessimi risultati. Daniele – da uomo semplice e pratico – non proferì parola, non costrinse Anna ad abortire, decise solo di smettere di tornare a casa. O meglio, tornava solo per cena, per far finta, usciva di nuovo e poi rientrava dopo mezzanotte per dormire o fare la pace con sua moglie.  Ripensò a tutto questo, Anna, seduta nella sua poltrona, un po’ dolorante, meditabonda e incline all’amarezza.  Si ripeté dentro di sé di amare Sara. Quel ritorno e quella festa, desiderati e voluti, non potevano comunque nascondere il fatto che tutto ciò che andò male nella loro famiglia lo si doveva a quella nascita. Con Miriam, cinque anni dopo, non si avvertì nessun peggioramento o miglioramento. L’evento passò in sordina e Daniele restò quello di sempre, forse solo meno attento del solito a mascherare i suoi amplessi clandestini. Nel suo pensare, Anna si era isolata a tal punto che solo lo sguardo di Giulio la distolse da quella sua vuota fissità. Il fratello fece come per aprire la bocca, ma non emise alcun suono: al posto delle parole con le mani fece un gesto come per scacciare qualche moschino dal volto, cambiò idea e si avvicinò a lei per abbracciarla. A quel punto colsero la scusa delle bibite da recuperare nello scantinato per alzarsi e isolarsi dalla folla. «Lo so a cosa pensi – disse Anna –ho due figlie ingrate e dovrei farmi rispettare di più». Questa volta la voce dello zio non si spezzò: «Sara ha fatto la sua parte, ma è Miriam quella di cui preoccuparsi – esitò – potrebbe parlare troppo»? Dall’alto intervenne una nuova voce: «Di cosa potrebbe parlare»?

«Quella pettegola è ovunque – pensò Anna – mai  un attimo di tregua». Era la classica vicina di paese che si impiccia di ogni cosa: ha un’edicola in centro, conosce chiunque, sia grazie al suo lavoro sia per la sua lingua in movimento: chiede, domanda, insinua, parla e parla ancora. L’innocenza con cui comunicava era l’eredità di vent’anni di pratica ed esperienza. Era capace di parlarti di sé stessa e nel frattempo di farti cadere in qualche trappola per conoscere i fatti tuoi. Una volta a settimana faceva la piega nel negozio accanto al suo, una sorta di corso di aggiornamento sui pettegolezzi, e quando prendeva l’appuntamento per la tinta color melograno sceglieva sempre il sabato mattina, per avere più uditori e fonti. Aveva la pelle color marrone bruciato, raggrinzita dagli UV e dalle sigarette. Troppo rossetto, troppo giovanile, ma di moda. «Tua figlia è una sfacciata, altro che, dovresti darle una bella girata». Per fortuna lasciò la presa smettendo di fare domande. «Ci penseremo, Sonia, grazie, ne abbiamo passate troppe per ora», rispose Giulio. «Datemela a me in edicola, vedrete …». Salirono le scale imbattendosi nella sua magra fisicità, la spostarono senza problemi, con un tocco leggero, per farle capire di salire. Lei invece scelse di appoggiarsi con la schiena alla ringhiera di seguirli con fare indagatore.

A quel punto, si erano già fatte le 17, Sara decise di dover almeno dire due parole, brindare a quel poco che avevano di bello, e aprire il suo regalo di figlia dispersa e ritrovata. Per lei era ancora troppo fresca la notizia della morte di suo padre, non riusciva proprio a sorridere: più che una festa per Sara fu una veglia funebre con un anno di ritardo. Venne a saperlo quando si decise a chiamare suo zio. Non si spiegò il motivo di quella chiamata improvvisa, a distanza di dieci mesi, al posto del solito messaggio anacronistico mandato per posta cartacea. Quella volta fu come se la voglia di sentire una voce calda fosse prevalsa sulla paura di sentire quelle stesse voci. Il ritorno, a quel punto, fu una conseguenza dovuta. Da quel giorno Sara riprese a mangiarsi le unghie fino alla carne, che pulsava viva e dolorante. Qualche traccia di sangue rappreso la faceva sembrare ancora più trascurata. Ecco, il tintinnio della posata sul bicchiere la distolse da questi ricordi e sua madre si alzò fiera per brindare a questo insperato ritorno. Sotto qualche sorriso, Anna lesse l’incomprensione verso una figlia tanto crudele, sentì quel vociferare che per mesi e mesi accompagnò ogni suo gesto. Si aggiustò i capelli grigi, senza tinta e con la scriminatura da un lato. Appoggiò un mano sul ciuffo ondulato e lento che le sfiorava la fronte a destra. Un morso allo stomaco: lo sentiva quando ricordava che a qualche genio del paese era venuto in mente di dire in giro che il padre beveva e violentava Sara. Per questo era scappata. Chiacchiere che hanno il potere di distruggere. In realtà Daniele non solo era astemio, ma aveva anche la coscienza pulita, e lo si poté dimostrare solo con l’arrivo e la testimonianza di Sara. A quel punto anche Miriam si interessò alla festa e scese dal suo angolo di silenzio: se ne stava seduta sul quarto gradino a partire dal basso, con circospezione e fingendo noncuranza. Nessuno le rivolse lo sguardo. Anche lei aveva le dita mangiucchiate, ma meno rispetto a Sara. Aveva però spazi vuoti tra le ciocche di capelli ricci e morbidi. Piccoli spazi di lucido cuoio capelluto, in alcuni punti con crosticine scure di sangue o scaglie biancastre. Forse si strappava i capelli con regolarità. A guardarle le braccia non sembrava comunque una ragazzina sana. Il discorso materno e la risposta di Sara vennero accompagnati dal silenzio, ma dopo qualche lacrima e sguardi intensi, senza alcun abbraccio né contatto fisico tra le due donne, si passò al vociare unanime, al chiasso di brindisi e convenevoli di benvenuto che sovrastarono l’apertura del pacco: «meglio così – pensò Sara – odio scartare i regali in pubblico e fingere esclamazioni di stupore». Ma questa volta l’urlo non solo fu spontaneo: fu impossibile da trattenere, sopprimere, reprimere. La paura si miscelò alla rabbia senza che se ne vedessero i confini. Il volto contratto, lacrime a getto come se fossero sempre state lì ad aspettare questo momento ai blocchi di partenza, un fiotto intenso. Scesero giù veloci verso la bocca dove si mischiarono a quelle due gocce di sangue provenienti da labbra morsicate in una smorfia di orrore. Sara lanciò il pacco e sparì, prima di dover dare spiegazioni. La gente si ammucchiò per vedere cosa potesse essere successo, ma solo sua madre e Miriam capirono fino in fondo. Con la carta strappata solo a metà, rimase per terra per cinque minuti buoni un piccolo bambolotto dalla testa tonda e pelata, un classico per bambini. Si intravide il pigiama azzurro con i pantaloni in tinta unita e la magliettina a righe orizzontali. Giulio lo afferrò e incredulo sorrise: «abbiamo solo scambiato i regali per errore, questo è per la piccola Sofia». Giulio in realtà parlò più a sé stesso che agli altri, ormai ombre anonime, mentre la distrazione di un lento alla radio spinse le coppie a muovere qualche passo, incuranti di dove potesse essere la festeggiata. E per fortuna, avrebbe detto Anna. Sua figlia era carponi in camera sua, piangeva e stava immobile, solo i singhiozzi riuscivano a muovere sterno e diaframma. Rimase così, a quattro zampe, senza sapere perché, fino a che le braccia cedettero e si addormentò sul parquet infantile, bucherellato dalle loro marachelle, con odore di caramello e crema solare.

In realtà anche lo zio Giulio comprese quella reazione, ma quello che frullò nella mente di tutti e tre, senza che l’uno sapesse dei dubbi dell’altro, furono congetture sul responsabile dello scambio, una persona informata, a cui i fatti erano noti. Per questo Giulio iniziò a sospettare di Miriam, e viceversa. Anna e Sara erano attonite e i loro pensieri rimbalzarono da Giulio a Miriam come in una partita a ping pong.

«Non può essere – pensò Anna con le mani strette l’una all’altra e lo sguardo fisso sulla parete di fronte a lei – che sia stato Giulio? No, troppo assennato. La sola che prova rancore è Miriam. Finirà male, lo sento». Sara, ancora distesa per terra, ma vigile e cosciente, era ormai certa che l’opera destabilizzante fosse stata un’idea di Miriam. Tutti erano contro di lei, che dondolava con le sue gambette al di là della ringhiera, seduta lungo il corridoio al primo piano che dava sulla stanza di Sara. Fu l’unica a capire che qualcun altro si era divertito a spaventarle, e fu l’unica a pensare in modo ossessivo alla morte di suo padre. «Ho quindici anni, quindici. E ne ho fatte più del sopportabile», pensò Miriam senza aprire bocca se non per canticchiare Susan Vega, coprendo la voce della cantante alla radio. Nel giro di un paio d’ore tutti gli ospiti iniziarono pian piano a dileguarsi nella penombra, per accendere le finestrelle di quelle case di paese, fino alle 23, quando poi ciascuno si sarebbe addormentato. Sole con Giulio, le tre donne si fecero un tè caldo, e rimasero in silenzio per dieci minuti quasi eterni. Tutti guardarono Miriam. Lei entrò in apnea, sorrise, si toccò i capelli. Espirò forte, dopo aver trattenuto, e disse: «ho ucciso papà». Solo quelle tre parole. Le peggiori che Anna avesse mai potuto udire. Sara comprese l’astio della sorella nei suoi confronti e Giulio in una manciata di secondi andò a chiudere porte e finestre. «Questo è un vero casino – pensò – una pallina che rotola. Qui ci troviamo tutti in galera domani». Miriam continuò: «Lo dico solo perché possiate capire che non sono stata io a scambiare i regali e che quindi qualcuno, oltre a noi, sa la verità. Non è stato difficile, ma non vi voglio addolorare con i particolari. Solo una cosa: l’ho fatto perché lui voleva costituirsi. Anzi, voleva dire di Sara». Fuori si sentiva il vento, nulla di strano, nessuno ci fece caso e nessuno si chiese da dove arrivasse. Ma quello stesso vento che toccava le pareti esterne della loro casa, in quel momento scompigliava i capelli rossastri di Sonia, piegata in ginocchio vicino a una finestra abbastanza vicina a quelle voci. Una finestra dimenticata da Giulio, lì, in quella cucina. Sonia, quella dell’edicola, conosceva ogni aspetto sordido e malato di quella famiglia. Era stata lei a scambiare i regali, per prendersi gioco di quelle donne. Sonia, dopo aver fatto l’amore con Daniele, lo consolò e gli asciugò le lacrime. Lo massaggiò sulle tempie per fargli dimenticare il dolore per quel bambino, quel nipote, nato e morto per mano della stessa donna. Sara fece nascere una vita non voluta. Decise solo di toglierla di mezzo, con un cuscino sul piccolo volto inumidito dal parto. «Non sarei dovuta tornare», pensò Sara, e un’ora dopo lo zaino era già rifatto. Anzi sul patio erano tre gli zaini, pronti per quelle donne. Una piccola auto e qualche ricordo afferrato in fretta, le luci spente sulle stanze troppo azzurre, sul regalo di Sofia, su quelle fibre decadenti. I piedi fecero quel rumore tipico di carta di caramelle che si strofina, veloci e impauriti. Scalpiccio, buio, fretta: furono le ultime sensazioni di quella fuga di tre donne sole e colpevoli.

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Un pensiero su “Tre donne

  1. La prima impressione è stata: Eleonora che riedita la parabola del padre misericordioso (aka figliol prodigo, nei tempi che furono), solo in chiave fennile (o femministra)?
    Ecco, mi sono pian piano ricreduto… e non so cosa pensare. Tragedia, dolore, un racconto troppo breve per spiegare le ragioni ma sufficientemente lungo per “disturbare” (all’inglese).
    Brrr.

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