Ciò che lo riempie

Non ho paura del vuoto. Ho paura di ciò che lo riempie.
Ho paura di quei dolcetti al cioccolato, che vorrei non tornassero più.
Ho paura della nicotina, abbandonata da cinque anni.
Ho paura di ciò che ha riempito il vuoto e di ciò che lo riempie ora.
Ho paura della prossima dipendenza, dell’assuefazione, dell’ancora e ancora.
La sensualità di un passo di salsa, il sussulto per una presa riuscita, l’eccitazione chimica del contatto. Ho paura di averne bisogno.
Ho paura della camminata nel parco, dell’energia del movimento, della bellezza che ti entra nel cuore attraverso gli occhi.
Ho paura di non poter fare a meno di qualcosa, di tante cose: dell’anziana in istituto, dell’ambulanza, dei corsi, degli amici, della spinta e della novità.
Temo ciò che riempie il vuoto, effimero, caduco, instabile e impermanente.
Cosa ne sarà della sensazione di astinenza quando non avrò tempo per camminare o non ci sarà qualcuno con cui ballare?
Come la sigaretta che si accende, non calma i nervi, ma riempie un’astinenza,
così ogni attività e persona non placano l’inquietudine,
ma riempiono un vuoto che loro stesse creano,
che esiste perché io inizio.

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