La bellezza di una freccia gialla

La “moda” del cercare sé stessi contagia i pellegrini – 215.880  nel 2013 – che scelgono di percorrere il Cammino verso Santiago e oltre, fino all’oceano Atlantico. Perché è proprio in tempi in cui il benessere materiale vacilla e la logica del possesso non garantisce più alcuna felicità che ci si spinge verso nuove sfide e interessi in cui è l’interiorità a emergere.

CIMG7931Un ragazzo con fatica sale sul suo monociclo, cercando l’equilibrio, una coppia cammina da 3-4 mesi, ci sono bambini in sidecar improvvisati con il papà accanto e una donna in bici sfreccia lungo la strada portando sulle spalle un pappagallo in una gabbia. Non è un circo, ma la grande e strana famiglia che popola la strada verso Santiago. Il cammino francese è solo uno dei possibili percorsi che si snodano lungo il nord della Spagna, a partire dalla cittadina di Saint Jean Pied de Port fino a Finisterre, la fine delle terre conosciute. Dai Pirenei all’oceano Atlantico l’emozione che si prova ad arrivarci con le proprie forze, a piedi, è superiore allo sforzo fisico e mentale che si compie per percorrere quei 900 km circa (le distanze ufficiali parlano di 869 km). La parte fisica è una delle tante soddisfazioni innegabili, ma le vere bellezze sono la strada, i luoghi carichi di storia e significato, la natura e le persone incontrate. Si vive in una dimensione che diventa sempre più onirica e, avvicinandosi alla meta, quasi magica. C’è chi compie il percorso perché ha perso pezzi di vita, chi cerca un rimedio all’insoddisfazione lavorativa e chi vuole l’amore. I racconti straordinari di vite ordinarie diventano pretesto di dialogo nei pomeriggi e nelle brevi serate negli albergue del pellegrino, dove la luce si spegne alle dieci. Dal pretesto si prosegue con il riconoscersi nell’altro e quindi con la confidenza. «Io mi chiamo Ray, come Ray Charles, ma non canto così bene. Sono nato in USA, come Bruce Springsteen, ma vivo in Francia da vent’anni», si presenta così, mentre cammina lento e curvo sotto il peso del suo zaino con tenda per accamparsi, uno dei personaggi più sorridenti del mio viaggio. Avrà poco più di 60 anni, ha iniziato il suo cammino qualche anno fa, in Francia, dopo aver perso lavoro e moglie e aver chiuso i rapporti con la figlia. Ora è ripartito da Cahors, perché camminare gli pulisce la mente. Insieme abbiamo percorso solo un breve tratto prima di Fromista, ma ci siamo ritrovati in molte tappe e in qualche albergue a condividere una cena semplice e comunitaria. Abbiamo conosciuto le stesse persone: The Legend, ossia l’autista di autobus ungherese partito a piedi da Budapest tre mesi fa, il trio di giovani ragazzi Italia-Brasile-Russia, il taciturno tedesco Mathias. Rivedersi di tanto in tanto lungo il percorso, e poi a Santiago, mi ha dato quella sensazione di famiglia apparentemente incompatibile con un viaggio che ho intrapreso da sola.

CIMG7306Fromista è stata una tappa per me emblematica sia per le Chiese di San Martín e di San Pedro, dense e ricche di fascino e spiritualità, sia per le mesetas che l’hanno preceduta e per un’indomita voglia di camminare e pensare solo ai bisogni primari che mi ha caratterizzato. Fromista si trova a metà strada lungo il Cammino e ti spinge quasi senza volerlo a stilare bilanci, tracciare una mappa mentale di ciò che è avvenuto fin lì e di quanta forza ancora ti resta per raggiungere Santiago. Lì, nella chiesa di San Pedro, alle 20.00 – e suggerisco di farci un giro – ho avuto un altro incontro speciale con le suore Clarisas Franciscanas di Palencia. Sul Cammino ho capito quanto poco importante sia avere o non avere fede, essere o no cattolici.
CIMG7537Quelle tre suore italiane mi hanno scaldato il cuore, con i loro sorrisi e la loro energia: «i tuoi piedi sono bellissimi, ma come hai fatto? Nemmeno una vescica. Sei luminosa», poche parole, ma per me così fondamentali. Quella sera avevo anche prima consolato e poi quasi litigato con la mia compagna di viaggio acquisita, una donna ungherese di 48 anni conosciuta nella cittadina di partenza. Entrambe le vicende erano accadute nel breve susseguirsi di poche ore. Il Cammino è sia lentezza, sia forza. Può non succedere nulla e può capitare ciò che nella vita normale accade in mesi. Ma torniamo alla prima metà del percorso. Abbandoniamo Fromista, senza perderla come punto di riferimento, per ripercorrere le prime tappe di questo mio pellegrinaggio, diverso da quello di qualsiasi altro viandante. Si potrebbero, infatti, scrivere articoli tanti quanti sono i pellegrini, sia per la scelta delle tappe, sia per gli incontri e gli acciacchi da sopportare, ma soprattutto per ciò che si impara e per come si torna. Io ho deciso di partire da Saint Jean Pied de Port, in Francia, per superare i Pirenei e giungere a Roncisvalle. Le paure della partenza si sciolgono appena si muove il primo passo, alle 6.30 del mattino, lungo la stradina quasi fiabesca che attraversa Saint Jean. La sensazione di aver portato troppo o troppo poco scompare, il timore di non essere abbastanza allenati diventa irrilevante. Qui ho conosciuto le prime pellegrine che mi avrebbero accompagnato per una parte consistente del Cammino, due donne ungheresi, Lili e Gyöngyi, rispettivamente di 31 e 48 anni. Grazie a loro ho imparato – da viaggiatrice solitaria – ad ammansire le mie insofferenze e a comprendere che una risata insieme o un atto di condivisione valgono ben più di un’attesa di qualche minuto per una sosta che io non vorrei fare. Ho imparato a dire no e a chiedere di camminare sola per esigenza e necessità. Dopo aver esagerato già al secondo giorno, proprio come avrebbero fatto tre donne troppo forti, determinate e motivate da spinte differenti, il team ha optato per l’umilità, riconoscendo la necessità del corpo di abituarsi gradualmente a questo continuo movimento in avanti, un po’ in salita e un po’ in discesa. La Navarra e la Rioja sono due regione aspre, addolcite da girasoli e immensi campi biondi. CIMG7414La partenza non dà il tempo di rendersi conto di ciò che stiamo facendo: duro è l’incipit così come nelle scelte che compiamo ogni giorno. Iniziano i primi dolori, le prime vesciche, si sistema lo zaino per ore per capire quale sia la posizione più confortevole. Dopo dieci giorni quello stesso zaino farà così parte di te da sentirti come frugata dentro quando qualcuno, su tua richiesta, ci mette le mani per cercarti qualcosa, mentre lo hai sulle spalle. Ci sentivamo bisognose le une delle altre in quei primi giorni e ci consideravamo già una vera e propria squadra. Poi Gyöngyi si è staccata seguendo il suo ritmo, ma senza perderla nelle soste o a fine tappa. Il secondo giorno ci siamo mangiate Zubiri, gridando al miracolo per la voglia di camminare costante, e siamo approdate con fatica e dolore a Trinidad de Arre. Anche a Los Arcos, qualche giorno dopo, siamo arrivate arrancando, per la prima volta del tutto sole e separate. Pensavo che fosse necessario, che fosse la cosa giusta, ma dentro mi mancava quella compagnia. Non ero mai partita sola. All’arrivo – dolorante e sudata, ripetendomi in testa la necessità e il dovere di fermarmi – ho visto un cartello bianco appeso a un garage. Recitava così: “Lily Albergue Austria Eleonora”, seguito da una freccia. Ci ho messo qualche secondo a capire che quella ero proprio io, e che qualcuno mi cercava e mi stava aspettando. Quel giorno lo ricordo con l’emozione di una bambina che pensa che nessuno l’accuserà di non aver avuto coraggio se all’asilo cerca l’amichetto e corre tra le braccia della madre al termine di una lunga giornata. Lo ricordo come il giorno della pausa, del riposo, della sangria e del pranzo-cena alle 16.00, della preoccupazione per il mio metatarso, dell’ascolto ossessivo del corpo: “sono solo i primi 5 giorni, non posso stare male, è troppo presto”. Piano e con delicatezza s’impara a prendersi cura di sé stessi: con massaggi, creme, con gli alimenti più adeguati. Si ascolta davvero. Non ho mai messo così tanta crema, né desiderato così tanta frutta, né dormito così tante ore. Se si vuole arrivare a Santiago, se si vuole raggiungere un obiettivo, ci si deve curare, amare, si deve riposare e scegliere il momento e il modo per superare i propri limiti, considerando che questi cambiano ogni giorno, a ogni allenamento.

Dopo Los Arcos ho smesso del tutto di avere paura, anche quel briciolo che ne era rimasto, quell’ansia da perfezione tipica del nostro vivere quotidiano. Mi ricordo tappe pessime, come Narajera, piene di fatica e di malumore, ma sempre con un ringraziamento negli occhi, anche quando l’albergue non era proprio all’altezza della nostra stanchezza. O Logroño, subito dopo la bellissima Viana, dove ho acquistato un vestito verde per il riposo serale e il plantare per attutire il fastidio dato dalle rocce.

CIMG7446La tappa che ha definito per me un vero cambiamento nel Cammino è stata sicuramente Grañon, dove consiglio di fermarsi scegliendo l’albergue parrocchiale che condivide con la Chiesa una parete intera. Anche se non siete cattolici, quella serata potrebbe essere davvero la più ricca di tutto il Cammino. Ho dormito per terra, su un materassino da palestra con il mio sacco a pelo ed è stata la notte di sonno più profonda e protetta. Al rientro a casa ho subito notato che dormivo meglio quando ero là, tra tante persone che russavano, su letti a castello poco confortevoli o addirittura su materassini. In quell’albergue abbiamo cenato e insieme ci siamo diretti in panetteria, dove il pane per i pellegrini si acquista con una moneta insolita: il nostro canto. Italiani che hanno intonato “Volare” insieme a olandesi, spagnoli, tedeschi che a turno hanno scelto la melodia che più li rappresentava. Insieme abbiamo lavato piatti e pentole unte, con un sistema ingegnoso quanto semplice e con tanti catini pieni di acqua. A tavola i brasiliani parlavano portoghese, e io – che non so una sillaba di quella lingua – ridevo alle loro battute. La babele linguistica sembrava irrilevante, almeno per me, seduta a tavola tra idiomi con un suono familiare. Per il resto era sufficiente un pizzico di inglese, senza pretese.

A partire da quella sera le mie finestre interne si sono spalancate per lasciare che luce e aria si accomodassero come meglio potevano. Chiusure e preconcetti stavano facendo fagotto per creare spazio alla fiducia. Tra le azioni giudicanti mi è rimasta solo la fatica nel sopportare gli italiani che fanno gruppo tra di loro, prenotano gli albergue, alzano la voce e parlano come se fossero in un talk show, rendendo le opinioni la merce di scambio principale nei rapporti umani. Stavo viaggiando da più di una settimana con la sosia di Jessica Biel, il trucco tatuato sugli occhi, un naso perfetto e un fisico sportivo. Lily ha scelto di superare Grañon e da quel giorno non l’ho più rivista. È stato come salutare un’adolescente tardiva che non mi aspetto di rivedere.

CIMG7553Dopo Grañon e Villafranca Montes de Oca, per la prima volta ho superato il mio limite e ho affrontato i miei primi 40 km e l’interminabile strada per entrare a Burgos, grazie a Gyöngyi. Non abbiamo trovato un posto da pellegrini, ma abbiamo goduto di letti normali, lenzuola pulite e una doccia tutta per noi. Da qui in poi le tappe si sono susseguite velocemente: abbiamo mangiato strada, sassi, asfalto, centimetri di suolo, goduto degli albergue e della magia che permea ogni incontro e che risponde a ogni necessità. Adoravo e adoro tutt’ora sentire il muscolo contrarsi e muoversi, sentivo viva la natura e me con essa, amavo vedere le frecce gialle in quel nulla in cui c’è tutto, perché era come se fossero lì per me e quindi per ciascun pellegrino, a dare un senso alla fatica. Siamo lì e tutto ha una ragione, nulla è lasciato al caso. Non è più arrivare (anche gli hospitaleros – coloro che gestiscono e accolgono i pellegrini negli albergue – fanno sempre discorsi commoventi sui loro arrivi), ma è camminare. Solo andare e camminare, sperando che non finisca e desiderando allo stesso tempo di tornare trionfanti alla propria vita. Quando sei lì, ancora non sai cosa ti regalerà il Cammino. Ci pensi, rimugini, e fai previsioni in base alle tue richieste: lavoro, amore e cambiamento sono nella hit. In realtà ogni soddisfazione, ogni conquista così come ciò che apprendi di te stesso e degli altri diventano imprevedibili tanto quanto lo sono i programmi che si fanno per pianificare tappe e pernottamenti. Si stravolgono i progetti: se non opponi resistenza, riesci a vedere che tutto è perfetto e ti arriva davvero ciò che ti serve (non sempre coincide con ciò che vuoi).

CIMG7484La paura delle mesetas, di questi altopiani caratterizzati da deserto, campi, sole e cielo, di cui ci siamo caricate a Burgos, si è sciolta alle prime tappe, quando fino a Fromista e Hontanas ho avvertito solo un’immensa libertà di pensiero. Ma ancora non sapevo che gli ultimi 17 km da Fromista a Calzadilla de la Cueza sarebbero stati dolorosi. Mi ha colto un senso di impotenza, di incapacità di sapere e conoscere quando sarei arrivata e quanto avevo già camminato. Non vedevo nulla oltre l’orizzonte piatto e tremolante di calore. Non avevo una meta visiva né paesini intermedi che fungessero da ancora di salvataggio. Non c’era nessuno. E io lottavo con la mia perenne incapacità di visualizzare un futuro, con l’impazienza di sapere. Come si presenta agli occhi la meta, quanti passi devo fare per raggiungerla e cosa ci sta in mezzo? L’ansia della perfezione l’ho lasciata a Logroño, Calzadilla chiedeva in pegno, prima di entrare, la mia paura dell’ignoto futuro. Ho avuto la fortuna di incontrare Nando, un militare sloveno, che mi si è affiancato all’apice della mia stanchezza e sofferenza, mi ha chiesto qualcosa, non ricordo cosa, e alla fine ci siamo messi a parlare e a camminare insieme. Un due, un due, i bastoncini di entrambi segnavano un ritmo nuovo: «insieme camminiamo meglio, insieme siamo più forti», mi dice lui. Io mi accorgo di avere più energia, di avere una spinta e di non rendermi nemmeno più conto di camminare e di farlo a passo sostenuto. Poi arriva Rey, mi sembrava quasi un sogno e un’allegra favola poter incontrare nuovamente quell’uomo, in mezzo al deserto. «Mancano solo 3-4 km», alla notizia alzo le mie braccia e con esse le bacchette mi seguono trionfanti. Ci siamo quasi, ce l’ho fatta anche oggi. Ho subito ripensato per un istante all’unica notizia che abbia letto in quel mese di atmosfera fiabesca: la morte di Robin Williams, sofferente. Ero a Fromista sul letto in alto, il meno desiderato, ero forse appena arrivata, sporca, sudata, ed ero felice. Non posso dire di non aver niente nella vita, ma posso affermare che il Cammino ti arricchisce perché si perde e si abbandona ciò che non serve: aspetti di te che fanno male, modi di vedere, oggetti, necessità. Il Cammino ti svuota la mente e il corpo, dandoti tutto. Impossibile non pensare alla mia felicità su un letto a castello di una camerata da 8 euro a notte in confronto a quella morte, come molte, per un male che devasta e dal quale non ho dubbi che tanti pellegrini siano passati. Sì, i pellegrini: siamo su quella strada con le nostre meschinità, le grettezze, i difetti. Non è la fiera di uno zuccheroso “vogliamoci bene”, spesso fasullo. È il circo del reale, di chi segue una freccia perché ha divorziato, di chi lo fa per la malattia di un nipote o per problemi di alcolismo, c’è chi è stanco o è appena guarito, chi ha sofferto e ne è uscito, chi ha perso e chi cerca. Eppure la felicità permea ogni cosa, la Bellezza – che alcuni chiamano Dio – è indivisibile da tutto ciò che abbiamo intorno. Quella freccia, quella bellissima e amorevole freccia gialla, può identificarsi con la fede, la ragione, la conoscenza, oppure con una passione, con l’amore o ancora con un’amicizia forte, una relazione unica, può essere ciò in cui crediamo e per cui pensiamo che valga la pena vivere.

CIMG7876Le ultime tappe sono state più sicure, ma non meno ricche di riflessioni: semplicemente io avevo acquisito una buona base e delle ottime fondamenta dai km precedenti. Ogni tappa ha avuto la scintilla che mi ha reso una persona diversa rispetto al 31 luglio 2014. Posso dire che sia stato come un lento e lungo rinascere, un travaglio – nel mio caso fortunato dal punto di vista fisico – verso l’oceano, l’ultima tappa nonché un dono del tutto inaspettato. Volevo arrivare “solo” a Santiago e invece sono riuscita ad avere il tempo sufficiente per vedere l’Atlantico e dire “ci sono arrivata con le mie gambe, i miei piedi, la mia mente”. Grazie anche a Gyöngyi, alla voglia di condividere con lei l’arrivo nella città di San Giacomo con data obbligata per via del suo aereo. La determinazione, la visione d’insieme di ciò che stavo compiendo, mi hanno permesso di macinare km, anche 40 al giorno. Senza risentirne. Delle ultime tappe, non tutte affrontate insieme alla donna ungherese, ricordo con dolcezza lo smarrimento misto a libertà e gratitudine provato a Bercianos, la tranquillità di Arcahueja e la scelta di passare da Leon senza fermarsi troppo. Ricordo questa cattedrale da togliere il fiato e quel giorno da turista, con solo 27 km da percorrere. Ricordo ogni persona rivista più volte e con cui ci si ferma a parlare volentieri: il dentista un po’ misterioso di Roma o Simone, che cercava qualcuno che compisse gli anni per festeggiare, i quattro seminaristi italiani, i giovani galiziani di Triacastela che mi hanno accolto nel loro gruppo per quella notte, raccontandomi di strani riti pagani, la ragazza francese che ha camminato con me in uscita da Portomarin, proponendomi un futuro cammino in India, la coppia di ciclisti di San Sebastian incontrati a Las Herrerias e infine lui, quell’uomo dagli occhi così azzurri da avermi fatto credere di non aver bisogno di arrivare all’oceano, di cui so solo che è italiano e ha 43 anni. L’ho incontrato il 22 agosto, in una mattina lattiginosa vicino a Furela. All’uscita da un bar, mentre aspettava i suoi compagni di viaggio, ha aperto le braccia in un miscuglio di gesti simile a un abbraccio. Dopo averlo scansato per timidezza, l’ho rivisto a Portomarin con la promessa di percorrere insieme il tragitto da Santiago a Finisterre. Nell’atmosfera magica del Cammino non ho chiesto altro – e nemmeno lui – ed è stato l’unico pellegrino che non ho più rivisto.

CIMG7275Ricordo l’albergue di Las Herrerias, l’unico nel paesino e con pochi posti letto: poco frequentato e per questo più intimo e accogliente. La cena è stata una delle migliori: curata nei sapori vegetariani e nella presentazione, con la particolarità di condividere con tutti un ringraziamento personale. Il podio gastronomico del mio Cammino spetta però a Villar de Mazarife, nell’albergue di Sant’Antonio Abate, profumato di insalata con semi di girasole, gazpacho e paella con verdure. La Cruz de Hierro, prima di O Cebreiro, merita un ricordo come punto di intensa partecipazione spirituale. Da parte mia ho vissuto con più forza l’arrivo ad Alto del Perdon, dopo Pamplona e la tappa a Foncebadón: isolato sul Monte Irago, è qui che – nonostante la bellezza di quei luoghi e di quella vita – ho avuto l’unico momento in cui camminare mi era divenuto stancante, troppo. Dopo 18 giorni, la mia insofferenza prendeva di mira chiunque. Sono bastati la fatica di O Cebreiro, nervosa e scattante, tesa – per come l’ho vissuta io – e i successivi boschi magici della Galizia, dove poco mancava alla possibilità di vedere uscire un elfo, per ricredermi sulla stanchezza del Cammino. Tanto che ancora mi manca quel profumo di eucalipto e ancora vedo frecce e pellegrini ovunque.

CIMG8052E di ricordo in ricordo, siamo quasi giunti alla meta tanto annunciata quanto ritardata, che si pronuncia con quel groppo in gola e che si procrastina con una lunga colazione in un paesino a dieci km da lì. Il mio arrivo è stato confuso: ero inquieta, triste, in ansia per come e cosa avrei fatto o detto, come mi sarei comportata e cosa avrei provato, ero come prima di un esame per il quale si è studiato poco, come la notte prima di laurearsi o del primo giorno di scuola e di lavoro, di un colloquio, di un incontro, ero come prima di un addio e di un chissà. In realtà è stata la rabbia a farmi compagnia, quando ho capito che a causa dell’arrivo simbolico della Merkel non avrei potuto godere del mio llegar in Plaza do Obradoiro. La rabbia era l’unica reazione che non avevo previsto. Una mano sulla spalla, una fila di poliziotti e quel nervoso che sale alla testa, la mia confusione mentale da panico che montava. Ogni muscolo era teso per capire come fare, dove mettere lo zaino: sarebbe stato comunque inutile perché in piazza tutto era pronto per la Cancelliera tedesca. Mi sono rifatta alla Messa del pellegrino, dove ho sciolto i nodi piangendo di amarezza, gioia, sollievo e incredulità. Penso sia stato il giorno più triste del Cammino, il giorno della disorganizzazione e allo stesso tempo della perfezione nell’ottemperare a ogni necessità: Compostelana, Messa, ricerca di un albergue introvabile, pranzo, abbraccio al Santo, Francescana, souvenir e infine i saluti a Gyöngyi. Un abbraccio secco e pieno, una spettatrice che si commuove per noi e io che mi incammino verso una stanza solitaria, per la prima volta sola davvero. L’unica certezza? Poter ripartire il giorno dopo per ritrovare quella felicità e quel benessere con il mio zaino e i “buen camino” pronunciati sottovoce. CIMG8041I successivi tre giorni sono stati differenti e meno intrisi di spiritualità, ricchi di incontri e di pioggia – la prima in un mese – ricchi di esperienze nuove. Il mio arrivo vero è stato quello: l’acqua che si apre sotto di me, i miei piedi nudi che toccano la sabbia e la conchiglia perfetta tra le mie mani. Ho avuto tutto da questo percorso, tutto ciò di cui avevo bisogno per essere me stessa. Pensavo che i regali e gli insegnamenti sarebbero finiti lì, ma come tutti i pellegrini sanno, il ritorno è una nuova sfida con sé stessi e gli altri. Ci sia ama di più, ci si accontenta di meno, si sente nostalgia per quella semplicità e quel gesto così naturale e potente: camminare. Non ci si sottrae alla sensazione di essere diversi. Io non solo penso al prossimo Cammino, ma anche a come portare qui quello che ho appena vissuto. Ogni giorno le mie azioni sono guidate da quella “magia”: cerco la mia freccia gialla, per seguirla e abbandonarmi a lei.

Link utili:
http://peregrinossantiago.es/eng/pilgrims-office/statistics/
http://www.pellegrinibelluno.it/index.asp?page=info-news/statistichecammino-new
http://compostela.pellegrinando.it/
http://www.pellegrinipersempre.it/
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2 pensieri su “La bellezza di una freccia gialla

  1. Cara Eleonora, spero che tu possa permettermi di chiamarti cosi…ho letto il tuo blog tutto di un fiato, divorandolo, perche ad ogni parola, che leggevo, mi sono rivisto in parte pure io. Il tuo modo di raccontare il tuo cammino e’ carico di emozioni e di bellezza. Mi sono commosso. Alcune persone del tuo cammino compresa tu, sono le persone del mio cammino, o che ho incontrato pure io. Mi piace come scrivi….complimenti. Grazie

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